28 Aprile

CIVILE E COMMERCIALE

Le piattaforme di e.commerce non sono responsabili per il mero stoccaggio di beni contraffatti

28/04/2020

Una società che gestisce uno spazio di mercato on line non può essere ritenuta responsabile per il fatto in sé di custodire, nei propri magazzini, i prodotti di rivenditori terzi recanti segni in contraffazione di un marchio. È quanto stabilito dalla Corte di giustizia dell’UE nell’ambito del procedimento che ha coinvolto un’azienda tedesca titolare di un noto marchio di profumi e due società del gruppo Amazon, in merito alla possibilità di ritenere che un soggetto, che conservi nel proprio magazzino, per conto di un terzo, prodotti che violano un diritto di marchio, senza essere a conoscenza di tale violazione, ponga in essere un atto di “uso” del marchio vietato ai sensi della normativa europea. La Corte ha valutato l’applicabilità  dell’art. 9 Reg. 207/2009 (sostituito  dal Reg. 1001/2017), nella parte in cui stabilisce che il titolare del marchio ha diritto di vietare “l’offerta dei prodotti, la loro immissione in commercio oppure il loro stoccaggio a tali fini”,  al caso in cui solo il terzo si proponga di offrire o immettere in commercio detti prodotti, chiarendo che il concetto di “uso” illecito del marchio altrui implica un comportamento attivo e un controllo, diretto o indiretto, sull’atto che costituisce l’“uso”, tale per cui solo chi compie l’atto sia anche effettivamente in grado di porvi fine.

Sulla base di detta premessa, i Giudici hanno dichiarato che, se è vero che fa “uso” di un segno identico al marchio l’operatore economico che, in vista della commercializzazione, importi o rimetta ad un depositario merci recanti il marchio di cui non è titolare, affinché lo stoccaggio possa essere qualificato come “uso” di segni identici o simili a marchi occorre che l’operatore che effettui tale stoccaggio persegua, in prima persona, le finalità di offrire i prodotti custoditi o immetterli in commercio. Conseguentemente, le norme sopra richiamate devono essere interpretate nel senso che un soggetto che conservi per conto di un terzo prodotti che violano un diritto di marchio, senza essere a conoscenza di tale violazione, si deve ritenere che non stocchi tali prodotti ai fini della loro offerta o della loro immissione in commercio ai sensi delle succitate disposizioni, qualora non persegua essa stessa dette finalità.

Infine, interessante notare come la Corte abbia lasciato aperto uno spiraglio sulla possibile responsabilità dei gestori di spazi di mercato on line con riferimento a norme giuridiche diverse rispetto a quelle sopra richiamate e, in particolare, con riferimento alle disposizioni sulla responsabilità degli hosting provider di cui all’art. 14 Dir. 2000/31, così come prospettato dall’azienda titolare del marchio contraffatto. Tuttavia, la Corte si è limitata a dare atto dell’impossibilità di esprimersi sul punto dato, potendo esaminare solo le questioni pregiudiziali che hanno costituito oggetto della decisione di rinvio del Giudice nazionale, che non aveva sollevato tale questione (Corte di giustizia UE, sentenza del 2 aprile 2020, nella causa C-567/18).